26 nov 2010

...SI REPLICA!!!!

Dopo il successo riscontrato alla fiera Creattiva di Bergamo sarò presente alla 

il 27 e 28 novembre a Milano con corsi e dimostrazioni di Pergamena Art!!
Vi aspetto quindi numerose presso lo stand n. 47/48 di Creareinsieme.it, anche perchè ho realizzato per voi dei bellissimi progetti natalizi!!!!

05 ott 2010

Vi aspetto alla fiera Creattiva di Bergamo!!!

Venerdì 8 e sabato 9 ottobre sarò presente alla fiera Creattiva di Bergamo presso lo stand di Pointin'Craft
Stand 55 - 57 - 59 Pad. A
dove eseguirò dimostrazioni di Pergamena Art.
Vi aspetto numerose!!!!!

Biglietto nascita

Ecco un dolce biglietto per annunciare la nascita di un bimbo.
Realizzato in carta pergamena e decorato interamente a mano. L'interno è in carta reciclata.
Disponibile anche nella versione rosa.


26 set 2010

SONO PARTITI I MIEI CORSI ON-LINE

Non vi avevo anticipato niente per scaramanzia, ma ora è finalmente arrivato il momento di darvi la notizia: sono partiti i miei corsi di Pergamena on-line (http://www.creareinsieme.it/comesifa.asp?arg=18&id=437).
Si trova all'interno di un portale creativo www.creareinsieme.it (che vi consiglio di visitare...è molto carino).
Il primo progetto base è questo carinissimo biglietto di auguri


Troverete le spiegazioni dettagliate passo passo. Mi raccomando: per qualsiasi dubbio, chiarimento, reperibilità materiale etc. scrivetemi.
E allora...buon lavoro..ah, dimenticavo: se volete mandarmi le foto del progetto realizzato da voi...io sono qui in attesa!!!!
Un abbraccio!

20 set 2010

DOVE ERAVAMO RIMASTI??

Ci eravamo lasciati con l'ultimo lavoro in fase di realizzazione. Ricordate? Lo spaventapasseri su targa in legno? Finalmente, dopo lunga attesa, il lavoro è stato eseguito!!! Soggetto ricco di particolari, è stato veramente soddisfacente vederlo terminato!!! E ora attende un posto dove essere appeso!!


16 set 2010

BACK TO HOME

Ed eccoci di nuovo qua dopo la lunga pausa estiva. Siete carichi? Pronti per affrontare un nuovo e lungo anno?
Io devo dire di sì, anzi sono fin troppo carica, tanto che mi ero intestardita sul cambiare faccia al mio blog. E così ho iniziato a passare ore davanti al PC, ma niente da fare. Quello che vorrei fosse il risultato finale, non vuole proprio uscire!! E allora...basta...anche perchè non posso aspettare ancora. Il tempo passa e il mio blog era rimasto ancora al 25 maggio!!!! Nooooo....non si può, anche perchè voi, sicuramente, vorrete sapere quello che nel frattempo ho realizzato e, perchè no, i progetti futuri.
E quindi partiamo, sperando di riuscire a stare al passo....

25 mag 2010

Lavori in corso

Dietro suggerimento di alcuni di voi ho deciso di pubblicare le foto e i commenti non soltanto dei lavori terminati, ma anche di quelli in via di esecuzione.
E oggi e' la volta di uno spaventapasseri su supporto in legno!!
E' da parecchio tempo che sono in ballo con questo progetto, ma il tempo fino a pochi giorni fa non mi ispirava affatto...ma ora...pronti via!!!!


Appuntamento al parco

15 gennaio
Ho freddo, mi pizzicano le guance e le orecchie. Tremo e cammino rigido, il collo insaccato tra le spalle. E’ buio e devo stare attento a non scivolare su quel po’ di neve rimasta, che è ghiacciata e scricchiola sotto i piedi.
Katia deve essere già arrivata, lei è sempre così puntuale. Anche questa volta dovrà aspettarmi.
Eppure non è stato facile convincerla. Aveva nuovamente cambiato idea e non voleva più venire. Continuava a trovare buone ragioni per rimandare. Rivedo il tremito del suo labbro e sento la sua paura infiltrarsi nelle ossa, occhi spalancati e voce che non sale. Affretto il passo.
Ci sono queste notizie sul mostro che potrebbe tornare a colpire. C’è poco da scherzare. mi aveva detto fissandomi. Aveva spento una mia risata cretina e io avevo dovuto dirle scusa, hai ragione.
Una donna viene uccisa senza alcun apparente motivo più o meno ogni sette mesi, l’ultima è stata lo scorso giugno, a trenta chilometri da qui. I giornali locali hanno parlato di un serial killer freddo, che non si abbandona a brutalità gratuite, strani riti o atti di feticismo. Si limita a uccidere con regolarità ogni sette mesi, con  armi differenti, ma sempre con sette colpi.
Vabbé se proprio ci tieni, facciamola questa pazzia, vediamoci a mezzanotte per queste foto del cavolo. Tu non sei normale. Tu vuoi che prima o poi succeda qualcosa, che ci scoprano, vuoi lasciarci la testa. Ma io non ti seguo all’inferno. Stai bene attento, Michele perché c’è una riga da non superare e tu ci sei pericolosamente vicino. Se la superi, ti ammazzo con le mie mani. Non mi rovinerò per te.
Bastava lasciarla parlare, piangere qualche volta, magari urlare. Non è facile liberarsi delle pesanti, eleganti catene di architetto e di mamma in carriera e sapevo bene che per le febbrili sorsate di libertà che si concedeva con me, pagava un prezzo che potevo soltanto sfiorare con l’immaginazione.
Deve essere venerdì, mi aveva detto. Giorgio parte per un convegno e i bambini saranno da mia sorella. Di neve nel parco ce ne sarà ancora in abbondanza. Venerdì va benissimo, le ho risposto. Baciandomi, mi aveva colpito il petto con affetto e complicità. 
L’idea delle foto era stata sua. Aveva visto le immagini che avevo scattato tre anni fa, la fontana carica di neve, la luce gialla del lampione, un alone di nebbia, il profilo dei tetti imbiancati e un denso, avvolgente silenzio. Sei magico, sei riuscito a fotografare il silenzio, mi devi insegnare.
Stanotte ci siamo entrati, nel silenzio. Lo abbiamo profanato con l’angoscia che ci morde lo stomaco e con tutti i pensieri che ci scoppiano in testa. Sento che il tumulto del nostro cuore infrange la pace  di questo luogo molto più dei nostri passi soffocati dalla neve.
Il cielo è stellato, ma noi ci portiamo dentro questo freddo viscido e osceno che ci invade e ci penetra in ogni fibra del corpo.
La vedo. E’ vicino alla panchina, a battere i denti con le braccia conserte. Mi devo preparare a una delle sue sfuriate, la normale razione di carta vetrata che pago per assaggiare il miele dei suoi baci e il burro delle sue curve.
Anche lei mi ha visto, mi viene incontro senza un cenno di saluto. Cammina a testa bassa, mentre piccoli scatti nervosi le scuotono le spalle.
E’ tutto pronto, ci siamo noi due, la neve, il buio e la luna. In fondo, ho ritardato di soli sette minuti dopo la mezzanotte.
La lascio avvicinare fino a quando arriva a tre passi da me, poi mi decido a sparare.
Il primo colpo la colpisce all’addome, poi scarico altri due colpi su quella faccia che per un istante mi guarda pallida e incredula. Tre colpi ancora per sfogare la tensione e vederla cadere bocconi sulla neve, ormai puro corpo inanimato che non mi appartiene. Mi avvicino e le sparo ancora una volta mirando alla testa, calmo, per mettere un punto definitivo a questa storia.

22 gennaio – mattino
Ho le mani macchiate.
Questo inchiostro nero è difficile da lavare. Ma non so rinunciare al piacere di ascoltare il pennino che graffia la carta morbida. Non conosco altro modo di scrivere.
Mi preparo un caffè, mi rilasso e mi preparo a rileggere.
“ Signor Procuratore,
lei mi fa pena. L’ho vista ieri sera al telegiornale, ho ascoltato i suoi appelli alla cittadinanza, ho notato lo studiato riserbo con il quale respinge l’assalto dei cronisti, la sicurezza che ostenta verso le autorità.
Lei sfoggia una sicumera buona per confondere le idee dei semplici, ma in realtà non sa letteralmente dove sbattere la testa. Lei inizia ad avere paura.
Io so riconoscere la paura. Io convivo da anni con la paura, non posso farne a meno, essa fa parte di me e se alzo la testa e la cerco, mi sembra di vedermi allo specchio.
Quando la osservo, affondato in uno stuolo di microfoni, sono in grado di riconoscere la stessa paura disperata di chi brancola nel buio e cerca affannosamente una via di uscita.
Sette omicidi ogni sette mesi fanno quattro anni signor Procuratore.
Durante tutto questo tempo i giornali hanno riempito pagine di cronache, interviste e fotografie. I telegiornali e i talk show hanno ospitato criminologi, magistrati in pensione e professionisti della chiacchiera.
Da una settimana negli uffici e nei bar non si parla che del delitto della donna nel parco. Soubrette, calciatori e “reality show” sono passati per qualche giorno in secondo piano.
Lei solo continua a tacere, ad esibire una improbabile laboriosità, a invitare alla pazienza e al rispetto dei tempi della giustizia. «Non stiamo cercando un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica, stiamo cercando ilcolpevole e questa volta siamo sulla buona strada, non fatemi dire altro, vi prego».
Il colpevole di cosa, signor magistrato? Dell’ultimo delitto, del primo, di tutti e sette?
 Lei ha interrogato centinaia di persone, ne ha sospettate a decine, qualcuna l’ha anche arrestata, poi rilasciata e arrestata nuovamente.  E sta ancora inseguendo l’idea di dare un volto ad un misterioso assassino seriale, prevedibile parto della psicosi collettiva che lei ha finora assecondato con cocciuta mancanza di immaginazione.
Nella sua mente ordinata non c’è spazio per il caso, per l’improvvisazione, per quello scarto del destino, quell’attimo che può cambiare il corso di una vita, e anche distruggerla.
La cronometrica regolarità degli omicidi e il numero di colpi inflitto alle vittime sono sufficienti a convincerla dell’esistenza di un disegno prestabilito, di un piano che lei sta cercando di decifrare, senza essere finora riuscito a mettere insieme nemmeno due tessere di questo complicato puzzle.
Forse lei dovrebbe studiare meno le carte processuali e dedicare più tempo al cuore degli uomini. Comprenderebbe con quanta facilità il suo determinismo vuoto ed astratto sia destinato ad essere sconfitto dai capricci del destino e soprattutto dall’esercizio dell’umana libertà.

Chi le scrive è un assassino, signor magistrato. Ho ucciso con premeditazione e senza piani prestabiliti, senza metodo, né ordine e in piena coscienza. Libertà e casualità si sono presi sempre il maggiore spazio della mia vita.
E’ per amore di libertà che ho ucciso ed è da uomo libero che ora confesso il mio crimine, consapevole che trascorrerò in carcere il resto dei miei giorni. Infatti oggi desidero unicamente la liberazione dalla mia colpa.
Ci sono situazioni che creano catene e soffocano la tua libertà senza che tu te ne renda nemmeno conto.
Tu stesso puoi essere il principale artefice della tua schiavitù, e allora il problema diventa liberarti da te stesso. Se la sorte ti è propizia, puoi riuscirci. Ma questa è la prova più ardua, perché non c’è muro più difficile da sfondare di quello dei propri limiti e delle proprie debolezze.
A me è sempre riuscito penoso abbandonare una donna. Gli amori finiscono, ma i legami continuano e reciderli è faticoso, deprimente. Donne che prima ti ignorano per principio e ti rifiutano per abitudine, poi ti accolgono per gioco e per noia, ti cercano per puntiglio e curiosità, ti imbrigliano nella loro rete riuscendo a infliggerti ogni possibile senso di colpa, finché ti accorgi di essere invischiato in una palude dove il pianto e il riso, l’odio e l’amore, la felicità e l’infelicità si mescolano in un’unica fanghiglia che ricopre il tuo corpo e ti fa sprofondare ogni giorno un po’ più in basso.
Signor Procuratore, confesso che io ho ucciso. Non sette volte, ma più di una. E quando si è iniziato a parlare di mostro, di maniaco, di serial killer, ho gioito di questa fortuna insperata, ho ringraziato la sorte ancora una volta amica e ho iniziato ad aver fede nell’onnipotenza dei miei mezzi. Niente ti rende più invincibile della salvezza raggiunta quando stai per perderti irreparabilmente.
Ma ora basta, il giochino sta diventando ripetitivo. Vede, se io fossi quel serial killer che lei sta inutilmente cercando da anni, adesso io mi divertirei a giocare al gatto e al topo. Invece la coazione a ripetere lo stesso schema mi fa orrore, perché nega l’unica cosa che fondamentalmente rende lei e me diversi dal gatto e dal topo.  Questa cosa si chiama libero arbitrio.
Lei non ha capito nulla, ma ha avuto fortuna. Anche io ho avuto fortuna, ma ciò non mi ha reso felice.
In fede, Michele Zanetti.”


22 gennaio – pomeriggio
C’è un bar tabaccheria a tre isolati dalla villetta dove abito. Da quando mi è morto il cane, vivo solo. Mi piace camminare con scarpe comode, sentirmi i piedi leggeri, il passo sciolto.
Ho sigillato la lettera, ho scritto l’indirizzo in bella calligrafia, facendo attenzione a non sbavare con l’inchiostro.
Non fumo, non gioco al superenalotto, detesto le brioches. In quel bar ci sarò entrato forse cinque volte. Il rischio che il barista, tipo ciarliero per necessità e dovere, mi attacchi un bottone è piuttosto remoto. Devo solo acquistare un francobollo da pochi spiccioli, infilare la busta nella buca delle lettere e poi attendere semplicemente gli eventi.
Non ha il resto. L’uomo spelacchiato e panciuto dietro il bancone mi studia come una nuova specie di insetto. Attende immobile una mia reazione, tipo “non fa niente grazie, tornerò un’altra volta”.  Invece anch’io lo fisso muto, dritto negli occhialini tondi.
Dopo una lunga pausa, si limita ad alzare il mento in direzione di una bionda molliccia che si avvicina alle mie spalle.
“Fa’ un salto da Beppe”, le dice porgendole la banconota e quella esce trascinando i piedi.
Mi siedo. Non so dove si trovi questo Beppe, ma se anche si trattasse della macelleria di fronte, con quell’indolenza che si ritrova quella ciabattona ci vorrà almeno qualche minuto.
Alla mia destra un gruppo di pensionati e alcuni vitelloni attempati giocano a carte mescolando borbottii, esclamazioni e confusi suoni gutturali; una donna tiene in braccio un bambino pallido, che indossa un berretto di lana calato su due occhi enormi; il corpulento barista versa un bianchino a un vecchietto curvo e grigio dentro un vestito stazzonato; in fondo al locale si sente la macchia nera di alcuni adolescenti che schiamazzano attorno ad un videogame.
Alla radio gli ascoltatori intervengono per scegliere una canzone e dedicarla a chi meglio credono. Proprio ora è in linea una certa Daniela che fa la dentista e vorrebbe dedicare una canzone al suo personal trainer. La interrompono. Edizione straordinaria del notiziario.
Hanno preso il serial killer. Il procuratore ha interrotto il suo tradizionale riserbo. Ora parla travolgendo argini e dighe, una drammatica esondazione. Prove schiaccianti. Fatto il test del DNA. L’uomo è stato presente con evidenza scien-ti-fi-ca sulla scena del crimine in  tutti e sette gli omicidi. E’ stata trovata una mappa con i luoghi cerchiati di rosso. E’ stata rinvenuta l’arma del delitto in almeno metà dei casi. In quanto agli altri, provare la colpevolezza del mostro è solo questione di tempo, con la moderna tecnologia si fanno miracoli. Stiamo raccogliendo alcune interessanti testimonianze. Una confessione? Non la escludo, anzi ci sono ottime probabilità.

23 gennaio – mattino
Oggi c’è un bel cielo azzurro, l’aria è già primaverile. Alcune mamme, nonne e tate si spingono fino ai margini del parco con carrozzine e passeggini.
L’area centrale è ancora off limits, circondata da transenne e sorvegliata dalla polizia. Dopo la notizia di ieri è ripreso un discreto traffico di volanti, ispettori, tecnici, giornalisti. C’è il rischio che avvicinandomi troppo mi mandino via.
Ma nessuno bada a me, sicché continuo ad avanzare, strizzando gli occhi. Dopo la notte insonne, la luce del sole mi intorpidisce e mi dà fastidio. Cammino a testa bassa, le mani strette nelle tasche del cappotto.
Giungo fino al limite delle transenne, nel punto in cui queste fanno angolo davanti ad un lampione con annesso cestino. Guardo oltre, verso il punto in cui si vede più movimento e dal quale proviene la maggior parte delle voci,  proprio dove Katia mi aspettava.
Un appuntato dei carabinieri mi viene incontro con aria interrogativa. Io lo punto ed estraggo lentamente le mani dalla tasca.
 La lettera, sulla quale ho incollato il francobollo, è tutta spiegazzata e sbaffata. Cerco di riassettarla alla bella e meglio e la infilo nel cestino, proprio sotto lo sguardo sospettoso del giovane militare, che tuttavia non dice una parola.

Il caso ha sempre avuto grande spazio nella mia vita. Mi sono sempre sentito libero di percorrere tutte le infinite possibilità che il destino ci riserva e ne ho già percorse un buon numero.
 Le piccole concrete verità di cui è popolata la nostra esistenza sono spesso così semplici che l’intelletto umano non riesce più a comprenderle.
Oltre quelle transenne la scienza e la moderna tecnologia setacciano microscopiche particelle invisibili ad occhio nudo per ricavarne inoppugnabili dimostrazioni di umane elucubrazioni.
Ma poiché non esiste scienza senza possibilità di confutazione, le stesse teorie e dimostrazioni diventano cibo e nutrimento di teorie e dimostrazioni opposte, in una continua e impossibile rincorsa verso la perfezione. I colpevoli di oggi saranno probabilmente gli innocenti e forse le vittime di domani.
Ma chi volesse frugare in questo cestino di rifiuti, proprio qui al confine del territorio su cui si stanno accanendo la ricerca e la scienza, riuscirebbe a vedere anche di notte, alla fioca luce di un lampione, un frammento di verità che non necessita di ulteriori spiegazioni.
Restituisco questa verità, fatta ancora di carne, di sangue, di paure e di tormenti, certamente non di chip o di pixel, al vento che oggi mi ha respinto, quando ormai ero pronto ad approdare nell’accogliente porto della colpa e del castigo.
Presto il vento cambierà direzione, basta avere pazienza e tenere la rotta, perché a portare il navigante finalmente a casa non è il gioco dei venti e delle correnti, né la sua perizia o il suo coraggio, ma la stanchezza e la voglia di pace, nonostante tutto.

14 apr 2010

Appuntamento al parco (seconda parte)

Innanzitutto scusate per il ritardo nell'aggiornamento del blog. Lo so che parecchi di voi erano in fibrillazione per la continuazione del racconto, ma contavo di pubblicarlo insieme al mio ultimo lavoro...purtroppo non sono riuscita a terminarlo, ma non posso farvi attendere ancora, anche perche' ho gia' ricevuto una tiratina di orecchi da Ettore Di Domenico...che ha tutte le ragioni di questo mondo!!!
Conto, pero', nel giro di una settimana di pubblicare il mio lavoro, insieme alla terza e ultima parte del racconto!!!!
Buona lettura, quindi e....mi raccomando, lasciate un commento....e' sempre un piacere leggervi!!!
P.S.: per facilitare la lettura, soprattutto per quelli che leggono per la prima volta il mio blog, ho riportato anche la prima parte, mentre la seconda e' scritta in grassetto!!

15 gennaio
Ho freddo, mi pizzicano le guance e le orecchie. Tremo e cammino rigido, il collo insaccato tra le spalle. E’ buio e devo stare attento a non scivolare su quel po’ di neve rimasta, che è ghiacciata e scricchiola sotto i piedi.
Katia deve essere già arrivata, lei è sempre così puntuale. Anche questa volta dovrà aspettarmi. Eppure non è stato facile convincerla.
Aveva nuovamente cambiato idea e non voleva più venire. Continuava a trovare buone ragioni per rimandare. Rivedo il tremito del suo labbro e sento la sua paura infiltrarsi nelle ossa, occhi spalancati e voce che non sale. Affretto il passo.
Ci sono queste notizie sul mostro che potrebbe tornare a colpire. C’è poco da scherzare. mi aveva detto fissandomi. Aveva spento una mia risata cretina e io avevo dovuto dirle scusa, hai ragione.
Una donna viene uccisa senza alcun apparante motivo più o meno ogni sette mesi, l’ultima è stata lo scorso giugno, a trenta chilometri da qui. I giornali locali hanno parlato di un serial killer freddo, che non si abbandona a brutalità gratuite, strani riti o atti di feticismo. Si limita a uccidere con regolarità ogni sette mesi, con armi differenti, ma sempre con sette colpi.
Vabbé se proprio ci tieni, facciamola questa pazzia, vediamoci a mezzanotte per queste foto del cavolo. Tu non sei normale. Tu vuoi che prima o poi succeda qualcosa, che ci scoprano, che qualcuno ci lasci la testa. Ma io non ti seguo all’inferno. Stai bene attento, Michele perché c’è una riga da non superare e tu ci sei pericolosamente vicino. Se la superi, ti ammazzo. Non mi rovinerò per te.
Bastava lasciarla parlare, piangere qualche volta, magari urlare. Doveva liberarsi delle pesanti, eleganti catene di architetto e di mamma in carriera prima di trasformarsi in una vera selvaggia.
Deve essere venerdì, mi aveva detto. Giorgio parte per un convegno e i bambini saranno da mia sorella. Di neve nel parco ce ne sarà ancora in abbondanza. Venerdì va benissimo, le ho risposto. Baciandomi, mi aveva colpito il petto con affetto e complicità.
L’idea delle foto era stata sua. Aveva visto le immagini che avevo scattato tre anni fa, la fontana carica di neve, la luce gialla del lampione, un alone di nebbia, il profilo dei tetti imbiancati e un denso, avvolgente silenzio. Sei magico, sei riuscito a fotografare il silenzio, mi devi insegnare.
Stanotte ci siamo entrati, nel silenzio. Lo abbiamo profanato con l’angoscia che ci morde lo stomaco e con tutti i pensieri che ci scoppiano in testa. Il nostro cuore in tumulto infrange il silenzio di questo luogo molto più dei nostri passi soffocati dalla neve.
Il cielo è stellato, ma noi ci portiamo dentro questo freddo viscido e osceno che ci invade e penetra in ogni fibra del nostro corpo.
La vedo. E’ vicino alla panchina, a battere i denti con le braccia conserte. Mi devo preparare a una delle sue sfuriate, la normale razione di carta vetrata che pago per assaggiare il miele dei suoi baci e il burro delle sue curve.
Anche lei mi ha visto, mi viene incontro senza un cenno di saluto. Cammina a testa bassa, mentre piccoli scatti nervosi le scuotono le spalle.
E’ tutto pronto, ci siamo noi due, la neve, il buio e la luna. In fondo, ho ritardato di soli sette minuti dopo la mezzanotte.
La lascio avvicinare fino a quando arriva a tre passi da me, poi mi decido a sparare.
Il primo colpo la colpisce all’addome, poi scarico altri due colpi su quella faccia che per un istante mi guarda pallida e incredula. Tre colpi ancora per sfogare la tensione e vederla cadere bocconi sulla neve, ormai puro corpo inanimato che non mi appartiene. Mi avvicino e le sparo ancora una volta mirando alla testa, calmo, per mettere un punto definitivo a questa storia

22 gennaio – mattino
Ho le mani macchiate.
Questo inchiostro nero è difficile da lavare. Ma non so rinunciare al piacere di ascoltare il pennino che graffia la carta morbida. Non conosco altro modo di scrivere.
Mi preparo un caffè, mi rilasso e mi preparo a rileggere.
“Egregio Procuratore,
lei mi fa pena.
L’ho vista ieri sera al telegiornale, ho ascoltato i suoi appelli alla cittadinanza, ho notato lo studiato riserbo con il quale respinge l’assalto dei cronisti, la sicurezza che ostenta verso le autorità.
Lei sfoggia una sicumera buona per confondere le idee dei semplici, ma in realtà non sa letteralmente dove sbattere la testa. Lei inizia ad avere paura.
Io so riconoscere la paura. Io convivo da anni con la paura, non posso farne a meno, essa fa parte di me e se alzo la testa e la cerco, mi sembra di vedermi allo specchio.
Quando la osservo, affondato in uno stuolo di microfoni, sono in grado di riconoscere la stessa paura disperata di chi brancola nel buio e cerca affannosamente una via di uscita.
Sette omicidi ogni sette mesi fanno quattro anni signor Procuratore.
Durante tutto questo tempo i giornali hanno riempito pagine di cronache, interviste e fotografie. I telegiornali e i talk show hanno ospitato criminologi, magistrati in pensione e professionisti della chiacchiera.
Da una settimana negli uffici e nei bar non si parla che del delitto della donna nel parco. Soubrette, calciatori e “reality show” sono passati per qualche giorno in secondo piano.
Lei solo continua a tacere, ad esibire una improbabile laboriosità, a invitare alla pazienza e al rispetto dei tempi della giustizia. «Non stiamo cercando un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica, stiamo cercando il colpevole e questa volta siamo sulla buona strada, non fatemi dire altro, vi prego».
Il colpevole di cosa, signor magistrato? Dell’ultimo delitto, del primo, di tutti e sette?
Lei ha interrogato centinaia di persone, ne ha sospettate a decine, qualcuna l’ha anche arrestata, poi rilasciata e arrestata nuovamente. E sta ancora inseguendo l’idea di dare un volto ad un misterioso assassino seriale, prevedibile parto della psicosi collettiva che lei ha finora assecondato con cocciuta mancanza di immaginazione.
Nella sua mente ordinata non c’è spazio per il caso, per l’improvvisazione, per quello scarto del destino, quell’attimo che può cambiare il corso di una vita, e anche distruggerla.
La cronometrica regolarità degli omicidi e il numero di colpi inflitto alle vittime sono sufficienti a convincerla dell’esistenza di un disegno prestabilito, di un piano che lei sta cercando di decifrare, senza essere finora riuscito a mettere insieme nemmeno due tessere di questo complicato puzzle.
Forse lei dovrebbe studiare meno le carte processuali e dedicare più tempo al cuore degli uomini. Comprenderebbe con quanta facilità il suo determinismo vuoto ed astratto sia destinato ad essere sconfitto dai capricci del destino e soprattutto dall’esercizio dell’umana libertà.

Chi le scrive è un assassino, signor magistrato. Ho ucciso con premeditazione e senza piani prestabiliti, senza metodo, né ordine e in piena coscienza. Libertà e casualità si sono presi sempre il maggiore spazio della mia vita.
E’ per amore di libertà che ho ucciso ed è da uomo libero che ora confesso il mio crimine, consapevole che trascorrerò in carcere il resto dei miei giorni. Infatti oggi desidero unicamente la liberazione dalla mia colpa.
Ci sono situazioni che creano catene e soffocano la tua libertà senza che tu te ne renda nemmeno conto.
Tu stesso puoi essere il principale artefice della tua schiavitù, e allora il problema diventa liberarti da te stesso. Se la sorte ti è propizia, puoi riuscirci. Ma questa è la prova più ardua, perché non c’è muro più difficile da sfondare di quello dei propri limiti e delle proprie debolezze.
A me è sempre riuscito penoso abbandonare una donna. Gli amori finiscono, ma i legami continuano e reciderli è faticoso, deprimente. Donne che prima ti ignorano per principio e ti rifiutano per abitudine, poi ti accolgono per gioco e per noia, ti cercano per puntiglio e curiosità, ti imbrigliano nella loro rete riuscendo a infliggerti ogni possibile senso di colpa, finché ti accorgi di essere invischiato in una palude dove il pianto e il riso, l’odio e l’amore, la felicità e l’infelicità si mescolano in un’unica fanghiglia che ricopre il tuo corpo e ti fa sprofondare ogni giorno un po’ più in basso.
Signor Procuratore, confesso che io ho ucciso. Non sette volte, ma più di una. E quando si è iniziato a parlare di mostro, di maniaco, di serial killer, ho gioito di questa fortuna insperata, ho ringraziato la sorte ancora una volta amica e ho iniziato ad aver fede nell’onnipotenza dei miei mezzi. Niente ti rende più invincibile della salvezza raggiunta quando stai per perderti irreparabilmente.
Ma ora basta, il giochino sta diventando ripetitivo. Vede, se io fossi quel serial killer che lei sta inutilmente cercando da anni, adesso io mi divertirei a giocare al gatto e al topo. Invece la coazione a ripetere lo stesso schema mi fa orrore, perché nega l’unica cosa che fondamentalmente rende lei e me diversi dal gatto e dal topo. Questa cosa si chiama libero arbitrio.
Lei non ha capito nulla, ma ha avuto fortuna. Anche io ho avuto fortuna, ma ciò non mi ha reso felice.
Michele Zanetti.”

(
continua)

19 mar 2010

Ma questa primavera quando arriva??

Pensavamo di essere usciti dal lungo inverno!! Sono bastate due giornate di sole e subito abbiamo gioito, cambiato umore e invece...tracchete...il generale inverno ci ha fregato!! Ma il mio blog e' stanco dell'inverno e, quindi, eccolo cambiato di veste, di colori. Oh!!!! Ci voleva proprio e per dare un tocco ancora piu' primaverile, pubblico il mio ultimo lavoro in Pergamena





Che ne dite??? E' stato abbastanza faticoso realizzarlo, ma il risultato e' stato davvero sorprendente!!!
Ma non e' finita!!! In attesa di questa tanto sospirata primavera, perche' non fare una scappatina al parco?? Ma attenzione: non a mezzanotte...potreste fare spiacevoli incontri!!! Questo per annunciarvi l'ultimo racconto di Ettore Di Domenico...buona lettura!!

23 feb 2010

L'angolo di Ettore di Domenico

E' con non poca emozione che inauguro una nuova sezione del mio blog dedicata alla narrativa, ai libri, insomma al piacere di leggere.
Mia intenzione sarebbe di condividere con voi alcune mie letture e, perche' no, ricevere dei vostri suggerimenti e consigli di libri che avete letto e che vi sono piaciuti particolarmente.
Veramente, questa era la mia idea iniziale, ma poi la cosa si e' evoluta.
Dovete, pero', prima sapere che un po' di tempo fa, per caso, conobbi una persona davvero speciale.
Un giorno mi confido' la sua passione per la scrittura che non era mai riuscito a concretizzare, vuoi per il poco tempo a disposizione, vuoi anche un po' per pigrizia.
Lo incitai, allora, a riprendere in mano la penna e così fu.
E quando ho creato il mio blog, il mio pensiero e' andato subito a lui.
"Che ne diresti di pubblicare i tuoi racconti sul mio blog"?
Ero quasi certa che mi avrebbe risposto in modo negativo e, invece, con mia grande sorpresa accetto' immediatamente.
Ed e' con immensa gioia che vi presento "Tango", di Ettore Di Domenico!!
Buona lettura!!

TANGO
Di tutti gli avvenimenti a cui mi è capitato di assistere in trent’anni di servizio alla Betapac, primaria industria di involucri per surgelati, il più memorabile è senza dubbio l’improvvisa follia che colpì il ragionier Fortini, una mattina di maggio dell’anno 2005.
Tarcisio Fortini era uno scapolo quarantenne molto riservato, da due anni direttore amministrativo della Betapac e tutto il personale lo conosceva soprattutto per due cose: la memoria di ferro e la timidezza esagerata. Era un uomo che pareva doversi scusare in ogni momento di essere al mondo e infatti si scusava con tutti per ogni cosa e in ogni circostanza, tanto che c’è chi giura di averlo sentito scusarsi persino con gli oggetti, quando gli accadeva di urtarli accidentalmente.
D’altra parte, quante cose si sono dette dopo quella mattina?
Ognuno deve trovare per forza una spiegazione dei fatti. Ma certi fatti non si spiegano, semplicemente accadono.
Ricordo che Fortini arrivava in ufficio piuttosto presto, prendeva un autobus di quella linea Magenta-Milano che, scorrendo (si fa per dire) tra fabbriche di lampadari, cascine, depositi di spedizionieri e trattorie, ogni mattina scarica nelle banche e negli uffici milanesi migliaia di pendolari, di quelli che “vuoi mettere la soddisfazione di arrivare a casa la sera e vedere le stagioni che cambiano e la campagna e farsi un bel giro in bicicletta?”
La passione di Tarcisio Fortini invece non era né la bicicletta, né la campagna. La sua passione era il ballo.
Salsa, merengue, mambo, samba, e anche valzer, polka, mazurka, paso doble. Fortini ballava tutto, e straordinariamente bene.
Era piccolo, nero e ossuto, ma in pista diventava una forza della natura, dovevi proprio vederlo, gli occhi si accendevano, le spalle curve si raddrizzavano e i piedi sembrava non toccassero mai terra.
Qualche anno prima, per accontentare una fidanzata si era iscritto ad un corso di merengue, poi ci aveva preso gusto, tanto che della fidanzata si erano perse le tracce, mentre l’amore per il ballo non lo aveva mollato più.
Aveva iniziato a fare gare, prima piccole competizioni per dilettanti, poi sempre più impegnative.
Ma devo andare con ordine, altrimenti non si capisce. Perché all’inizio tutte queste cose del Fortini ancora non le sapevamo e le abbiamo apprese solo in seguito.
Lui parlava poco e raramente, e per lo più se ne stava curvo sui libri contabili e concentrato nella partita doppia.
Eppure qualcosa lo stava scavando dentro, lentamente, goccia dopo goccia.
C’era un ballo in particolare che da un po’ di tempo gli aveva catturato l’anima e che avrebbe voluto ballare sempre. Un ballo sensuale, morbido e grintoso, scattante e controllato, scandito da un ritmo binario, due passi lenti e due veloci, intriso di ebbrezza e di languore, di armonia e di contrasti. Il tango, naturalmente.
Fortini il tango lo avrebbe voluto ballare giorno e notte, per lui era una febbre, un confuso ricordo, un sogno stupendo che gli toglieva il respiro, era un dolore che lo opprimeva e non passava, una luce innaturale che non dava tregua.
Il tango gli entrò dentro come una malattia, un delirio, un morbo insidioso che cambiò completamente la sua vita.
Iniziò a vestirsi di nero, a profumarsi e a impomatarsi i capelli, si fece crescere i baffi e sviluppò una passione maniacale per le scarpe, non solo quelle bicolori di vernice, che usava per ballare, ma in generale tutte le scarpe, che diventarono la prima cosa su cui concentrava l’attenzione quando una persona entrava nel suo raggio visivo.
Giorno dopo giorno la sua camminata diventò più distesa ed elastica, lo sguardo si accese e poco alla volta Tarcisio Fortini acquistò l’aria inquieta di chi si è perso e ritrovato.
I corridoi della Betapac erano lunghi e illuminati da una luce stanca e livida. Cosa potevi pensare quanto ti imbattevi in quell’ometto allucinato, intento a provare di soppiatto un ocho adelante o un enrosque?
A me capitò persino di vederlo cimentarsi in una calesita davanti alla fotocopiatrice. Lui se ne accorse e mi sorrise.
Ormai era chiaro a tutti che qualcosa doveva essere successo e ognuno aveva la sua idea.
“Dev’essere proprio innamorato” commentò Rosalba dell’ufficio spedizioni.
“Macchè, quello è un dritto! Proprio adesso che il gioco si fa duro, il furbetto si imbosca e a noi tocca pure coprirlo!” sentenziò Verdolini dell’ufficio acquisti, con l’aria di chi aveva già sopportato abbastanza.
“Gli parlerò – si ripromise il direttore del personale – evidentemente è stressato, insomma non può continuare ad accentrare tutto il lavoro, deve dare più spazio ai suoi collaboratori, altrimenti fa male a se stesso e agli altri, guarda come si è ridotto”.
“E’ pazzo e deve levarsi dalle palle”, chiuse il discorso con l’abituale amabilità il ragionier Rubagotti, titolare della Betapac.
Gli eventi precipitarono poche settimane dopo, quando arrivarono gli inglesi.
Nel maggio 2005 Rubagotti decise di vendere l’azienda e dell’affare iniziò ad interessarsi un fondo di private equity con sede a Londra.
Una mezza dozzina di giovanotti e giovanotte con la pelle chiara e l’abito scuro si alternarono nei nostri uffici, trascorrendo ore e ore a parlare con Rubagotti e con Fortini, a fotocopiare documenti, sorridere, sgranocchiare patatine, scarabocchiare appunti sui moleskine e armeggiare con il Blackberry.
Fortini era presente a quasi tutte le riunioni, Rubagotti lo marcava stretto e gli faceva scaricare nella “data room” allestita al primo piano quintali di fogli di carta pieni di tabelle, indici, statistiche, contratti, tutto ciò che serviva a definire meglio il prezzo con cui la Betapac sarebbe passata di mano.
Fatale fu la macchinetta del caffè.
Una mattina, Fortini aveva appena finito di stampare le ultime previsioni del fatturato che Rubagotti gli aveva fatto correggere già quattro volte e, prima di affrontare nuovamente quel vecchio insopportabile volle prendersi una pausa.
Aveva appoggiato alla finestra una cartelletta nera, che conteneva la sua ultima fatica e aveva inserito nella macchina la manciata di monetine che serviva a scaricare nel bicchierino un caffè orribile, cui tuttavia nessuno sapeva rinunciare. La macchina si inceppò e cominciò ad emettere un suono spaventoso, come di mostro ferito.
Fortini la guardò da tutte le parti senza saper cosa fare, mentre dagli uffici vicini iniziò il traffico vociante di chi chiedeva cosa fosse successo.
Qualcuno ripeteva che ormai era ora di cambiare quella ferraglia, altri passarono alle vie di fatto e cominciarono a tirar calci e cazzotti che fecero tremare la lamiera, senza però ottenere il risultato sperato: il gigante era ancora vivo e più ululante che mai.
Il caso volle che proprio allora scendesse dall’ascensore un ragazzone rossiccio, mai visto prima, alto quasi due metri, le mani come badili e i vestiti appiccicati addosso per l’enorme stazza da ricoprire.
Appena si rese conto della situazione, si avvicinò con la sua faccia buona di figlio d’Irlanda, appoggiò la sua cartelletta nera alla finestra, abbracciò e sollevò il mostro come Ercole fece con il leone di Nemea, finché si udì uno schianto, seguito dal rumore delle monetine che finalmente avevano trovato la via giusta nei visceri della bestia; infine ci furono spruzzi di caffè misti allo scricchiolio della plastica del bicchierino triturato dai denti della belva umiliata e offesa.
Fortini guardò l’orologio e capì di essere in ritardo. Ringraziò tutti, salutò e si scusò con tutti, prese la cartelletta nera appoggiata alla finestra e si avviò verso l’ufficio di Rubagotti.
Percorse il lungo corridoio del secondo piano, ma questa volta non provò ad accennare alcuna movenza del suo ballo preferito, piuttosto volle aprire la cartelletta per riguardare al volo qualche numero. Ne estrasse un documento di parecchie pagine, che evidentemente non era il suo. Stava già per tornare sui suoi passi quando gli capitò di leggere il titolo; si fermò, prese fiato, si appoggiò ben saldo alla parete e lo sfogliò da cima a fondo più in fretta possibile, sentendosi colpevole.
Il documento era del gigante buono dai capelli rossi, con il quale aveva scambiato la cartelletta, e che non veniva da Belfast ma da Treviso ed era uno dei tanti consulenti, advisor, auditor e avvocati utilizzati nella cessione di una società.
Rubagotti, che normalmente non poteva sopportare quella genia, nel momento in cui si apprestava ad uscire di scena con un bel pacco di milioni, aveva voluto seguire rigorosamente il rito prescritto dall’ortodossia finanziaria.
C’era una parola che ricorreva in tutte le pagine, più volte in ogni pagina di quel documento elaborato in Power Point, che è il software che sta al consulente come il bisturi sta al chirurgo e la zappa al contadino. Questa parola era: “sinergia”.
La Betapac avrebbe dovuto essere incorporata in una società del Nord-Est nostra concorrente e grazie a questa operazione si sarebbero realizzate interessanti e redditizie “sinergie”.
Adesso ho imparato anch’io il significato di questa parola, capace di far sognare gli imprenditori, guadagnare i consulenti e imbestialire i dipendenti.
Io ad esempio, insieme a tutte le mie colleghe della fatturazione, ero una sinergia, perché non aveva senso tenere due uffici identici, uno a Treviso e un altro a Milano.Via tutto, se ne fa uno solo bello grande, si mandano via le persone, si fa il “re-engineering dei processi”, eliminando gli sprechi e togliendo i servizi inutili, poi si rinnovano i sistemi informativi, si cambiano i contratti e si decide di cedere qualche attività in “outsourcing”.
Alla fine si fanno due conti e si scopre che tutta questa cosa è costata un sacco di soldi. Così si aumentano i prezzi e si diminuiscono ulteriormente i servizi ai clienti, tanto si è eliminato un concorrente, no? Se poi succede che i clienti non ci stanno e iniziano a fare acquisti in Cina, allora è proprio crisi di mercato e la ruota inizia un altro giro.
“Fortini, ma che fa lì impalato? Venga qui che la stiamo aspettando!”
Rubagotti era comparso all’imbocco del corridoio, visibilmente spazientito, e il suo tono non ammetteva repliche.
Fortini lo seguì nel suo ufficio senza pensare, con l’istintivo riflesso condizionato della pecorella distratta che ha appena ricevuto una randellata sul groppone.
Appena entrato si trovò al cospetto di uno spilungone abbronzato, elegante, dai denti troppo bianchi e la stretta di mano a tenaglia, che dava l’impressione di essere il capo di tutta quella tribù che da qualche tempo si stava affaccendando attorno alla Betapac.
“Il signor Goldwater avrebbe piacere, prima di tornare a Londra, di dare un’occhiata a quei dati che le ho chiesto di preparare – gli stava dicendo Rubagotti parlandogli da sopra la spalla sinistra e sputacchiandogli nell’ orecchio – ho chiamato anche Silvana per vedere i dati riepilogativi dell’ultimo trimestre”.
Silvana sono io e in effetti il ragionier Rubagotti mi aveva telefonato qualche minuto prima : “Sia brava, venga qui con i tabulati, perché quell’impiastro là non so mica cosa è riuscito a combinare e io qualche numero lo devo far vedere”.
Fu una questione di secondi, un sincronismo perfetto, che accese la follia di Fortini e ci salvò tutti quanti.
Il povero Tarcisio stava già boccheggiando, incapace di spiegare l’equivoco e si limitava ad indicare la cartelletta nera senza riuscire a mettere insieme due o tre sillabe di seguito che potessero formare una parola di senso compiuto.
D’un tratto da una borsa abbandonata in un angolo della stanza risuonò un cellulare. Lo spilungone abbronzato tese l’orecchio, cercò la borsa, dovette aprila, si mise a frugare prima in uno scomparto, poi in un altro, tirò fuori un fascicolo, raccolse l’agenda che si era infilata in mezzo ed era caduta per terra, la rimise a posto, ricominciò a cercare quel maledetto cellulare che non si trovava e continuava a suonare e a suonare sempre più forte.
Ma che diavolo di suoneria era? Che razza di musica era quella? A Fortini si illuminarono gli occhi…
Era proprio un tango!
Lo spilungone abbronzato con il tango non c’entrava proprio nulla, era come i cavoli a merenda, la marmellata sulla pizza, il buon senso nei filosofi e l’onestà nei politici. Eppure quello era proprio un tango, malinconico, caldo e struggente, un vero “pensiero triste che si balla”, secondo la famosa citazione.
E Fortini, più disperato che triste, infine ballò.
Successe che mentre era ancora in corso la caccia al cellulare tra imbarazzi e imprecazioni soffocate, io bussai ed entrai nella stanza portando tra le braccia i tabulati fitti di numeri e di percentuali.
Fortini con due balzi mi fu addosso facendomi rovesciare tutti i fogli, mi cinse la vita e mi spinse la testa indietro, obbligandomi ad inarcare la schiena e a seguire i suoi passi indiavolati.
Qualche secondo ancora e irruppe gridando nell’ufficio il gigante dai capelli rossi. Aveva il volto paonazzo e la camicia tutta macchiata di caffè. Senza far caso a ciò che stava succedendo, individuò subito la cartelletta nera, aprì, controllò, emise un sospiro di sollievo e poi si fermò. Si guardò intorno ed ebbe la netta sensazione di essere entrato in quel vecchio film dei Monty Python che piaceva tanto a suo papà.
Rubagotti ormai cianotico si stava strappando i capelli. Lo spilungone biondo aveva spento il cellulare e stava sorridendo sardonico. Io e Fortini eravamo finiti gambe all’aria, dopo aver urtato una sedia e aver trascinato a terra con effetto domino la lampada a stelo e l’appendiabiti. L’ufficio si era riempito di una piccola folla di dipendenti preoccupati, curiosi e stupefatti.
Se ne andarono tutti; gli inglesi dico, sparirono con la stessa rapidità con cui erano venuti..
Mr. Goldwater si reputò un manager molto abile e fortunato: ci voleva proprio la sua presenza per sbrogliare i casi più complessi e a lui bastava un semplice colpo d’occhio per capire ciò che altri non coglievano nemmeno in ore e ore di duro lavoro. Gli italiani lo stavano prendendo in giro e quel Rubagotti era una caricatura di filibustiere. Che spudorato! Rubare i documenti e poi far organizzare quella messinscena da quel deficiente! Era un minchione, che si era messo fuori gioco da solo e adesso poteva andare a quel paese, lui e la sua ridicola azienda.
Fortini fu licenziato e rinacque a nuova vita. Aprì una scuola di ballo, si sposò, ebbe una bambina e la chiamò Viola.
Per qualche tempo ci invitò alle gare e alle serate a cui partecipava. Poi partì con la famiglia per il Sud America e non se n’è più saputo nulla.
Due anni fa Rubagotti è finalmente riuscito a vendere la sua azienda. A comprare è stato un nostro fornitore di Bergamo, un brav’uomo che quando parla si capisce ancora meno degli inglesi, ma fortunatamente non conosce il significato della parola “sinergia” e per ora sembra non avere alcuna intenzione di pagare qualche consulente che glielo spieghi.
Il nuovo direttore amministrativo è simpatico e competente, ma parla sempre di calcio e, lo vuoi sapere? A me Fortini manca da morire.
I corridoi sono un po’ meno bui adesso, eppure sembrano così vuoti.
La stanza che occupava Rubagotti è diventata una sala riunioni. Raramente mi ritrovo lì, ma ogni volta mi capita di distrarmi e di ripensare a quella mattina di maggio, quando Tarcisio mi prese le mani e per un attimo mi fece volare. Chissà dov’è adesso…

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Un orsetto per Stefano



Ed ecco l'ultimo lavoro realizzato per un bambino di nome Stefano.
E' interamente dipinto a mano su stoffa e l'effetto 3D e' davvero bello!!!!
Felicissima la mamma del bimbo che ha appeso immediatamento l'orsetto in cameretta!!!

25 gen 2010

Buon inizio 2010!!!


Innanzitutto grazie a tutti voi che mi avete cercato...non ho abbandonato il mio blog appena nato, no di certo!!!!
Il periodo prenatalizio è stato non frenetico...di più!!! Poi le vacanze strameritate, una pausa che mi ha fermato soltanto a livello pratico, ma il mio pensiero ha sempre galoppato....cloppete, cloppete, cloppete...quello non lo fermo mai!!
L'anno appena trascorso è stato per me molto significativo e rappresenterà sicuramente una tappa molto importante della mia vita.
Ho riscoperto tante cose che credevo perdute, ma che invece sono sempre state dentro di me, solanto un po' assopite. E' bastato risvegliarle, e io mi sento letteralmente rinata, più forte che mai e pronta ad affrontare un altro capitolo della mia bellissima vita.
Apro il primo post dell'anno con un augurio sincero a tutti voi, fedeli e non: che possa essere un 2010 ricco di salute, gioia e serenità!!!

E proprio oggi mi sono imbattuta (grazie Erica!!!!) in queste bellissime parole di Fabio Volo, in cui mi riconosco perfettamente, parola per parola e che voglio condividere con voi:


Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole, ma preziose...

E impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.

E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri...

E impari che l'amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore, e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze di essere con chi ami.

E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccoli attimi felici.

E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.

E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.

E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami.

E impari che c'è felicità anche in quell'urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.

E impari che nonostante le tue difese,

nonostante il tuo volere o il tuo destino,

in ogni gabbiano che vola c'è nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston.

E impari quanto sia bella e grandiosa la semplictà.